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Articolo tratto da Repubblica.it

http://women-parma.blogautore.repubblica.it/2014/04/04/eleonora-deidda-e-il-bazar-delle-cose-riscoperte/

Eleonora Deidda e il bazar delle cose riscoperte

Eleonora Deidda

Un’antica cabina telefonica, di quelle di legno, con il telefono grigio a disco. Un cerchio di ferro attraverso il quale tanti coraggiosi cani da circo hanno sfidato il fuoco. Una tuta da palombaro. Un ritratto di Goldrake. Queste, e centinaia di altre cose che le nuove generazioni non potrebbero immaginare, popolano il bazar di Eleonora Deidda.

“Loppis” è il mercatino del ri-usato che questa 33enne parmigiana ha aperto in via La Spezia 90, negli spazi dell’ex fabbrica Mazzoni Salotti. E’ un’impresa che profuma della magia degli oggetti dimenticati, ritrovati e reinventati. Ma è anche una galleria d’arte contemporanea che dà spazio a giovani artisti da tutto il mondo, o semplicemente un punto di ritrovo per persone di tutte le età. Di certo, un’idea di successo che il prossimo maggio celebrerà il primo anniversario con una grande festa.

Eleonora, puoi raccontarci il percorso di vita che ti ha portato a gestire un mercatino di usato e design?
“Nasco con il teatro, una passione scoperta grazie ai laboratori durante il liceo. Ho frequentato diversi gruppi qui a Parma, poi per cinque anni mi sono trasferita a Roma dove mi sono avvicinata alla fotografia e alla regia. Il teatro è un mondo che dà tanto, ma è una scelta totalizzante. Io avrei fatto di tutto per farne parte, ma forse il periodo non era felice per gli spettacoli e io avrei dovuto intraprendere prima questo percorso. Io e il mio compagno abbiamo colto l’opportunità di trasferirci per un anno in Iran. Là è tutto un grande bazar a cielo aperto. Al rientro a Parma ne ho voluto uno tutto mio, un modo per trasmettere le esperienze che ho vissuto”.

Com’è stato vivere per un anno in Iran?
“Il mio compagno fa parte del team di Vittorio Storaro, direttore della fotografia del film “La vita di Maometto”, un importante progetto che ha richiamato le migliori maestranze internazionali. Abbiamo seguito gli spostamenti del set in Iran per un anno, con il nostro bambino di cinque mesi Leonbattista. Poter conoscere il proprio figlio in un mondo da scoprire è un’esperienza che auguro a tutte le donne. Ho vissuto immersa in una cultura lontana, ne ho colto ogni aspetto, anche quelli più tristi. Ad esempio, sono stata fermata più volte dalla polizia religiosa per come ero vestita. Coprirmi, però, non l’ho sentito come una costrizione. Ho scoperto un’eleganza delle donne manifestata in modo diverso. Se qui la femminilità può essere espressa con minigonna e tacchi alti, in Iran lo è con il portamento, le mani, il make up perfetto. La vanità femminile, intesa nei suoi aspetti più poetici, non può essere soppressa. Dal mio peregrinare per le città che ci hanno ospitato sono nati diversi progetti fotografici. Uno, “Far West”, è dedicato a ritratti di donne che si sono rifatte il naso. E’ una prassi che in Iran riguarda una donna su tre, a prescindere dalla condizione sociale. Vogliono nasi alla francese, che magari sui loro lineamenti non stanno bene, perché le aiuta a trovare marito. Io paragono questi nasi alle frecce che in ogni luogo pubblico indicano ai fedeli la Mecca, perché mi sembrano puntare verso un Occidente proibito”.

Come nasce l’idea di aprire un bazar del riuso?
“Sono una mercatara, fin da piccola ho sempre amato i mercatini in cui mi portava mia madre. Al rientro dall’Iran avevo voglia di fare qualcosa e da tempo mi balenava questa idea. Soprattutto, amo le storie che oggetto porta con sé. Non sono necessariamente storie felici, eppure in questo posto si avverte un’energia positiva. E’ la magia delle cose che trovano una nuova vita”.

Come sei riuscita ad avviare il tuo progetto?
“Ho cominciato a cercare un luogo adatto, poi è successo tutto con estrema facilità. Volevo uno spazio luminoso, con una sua storia, e l’ho trovato in questo stabile degli anni Sessanta, un’ex fabbrica, pieno di lavoro, di un passaggio che ha lasciato il segno. Io ero assolutamente all’asciutto di competenze burocratiche, sapevo a malapena a cosa servisse la partita Iva. Ma, superati i primi ostacoli, abbiamo aperto alla fine di aprile di un anno fa. Presto questi 600 metri quadri hanno cominciato a riempirsi. Le persone hanno cominciato ad arrivare con le cose di cui volevano disfarsi. I parmigiani ne hanno tantissime e di ogni tipo. E’ una città di collezionisti”.

Che cosa è possibile trovare oggi da “Loppis”? E perché questo nome?
“Loppis significa mercatino dell’usato in svedese. Suona bene, è simpatico, sembra una formula magica. Io fin da subito sono stata ferma su un punto: non avrei preso tutto, solo le cose belle. Ciò che è bello lo è per sempre. Quindi accettiamo oggetti di modernariato fino agli anni Settanta e Ottanta, non oltre. Facciamo eccezione solo per le opere di riciclo creativo, per dare agli artisti la possibilità di vendere le proprie cose. L’esposizione al primo piano è tutta ieri, ieri, ieri. L’oggi e il domani, invece, si trovano all’ingresso nella Loppis Galleria d’arte contemporanea, che ha ospitato diverse mostre di artisti nazionali e internazionali. E’ curata dal mio compagno, Alessandro Chiodo, con Elisa Maestri. Loppis vuole essere anche un punto di ritrovo, con un salottino e una casetta per far giocare i bimbi se le mamme vogliono ‘curiosare’ tranquille”.

In questi tempi difficili, Loppis è un’iniziativa giovane che sta avendo successo.
“Sì, possiamo dirlo. La formula del ‘conto vendita’ è un buon modo per partire, perché abbatte le spese fisse. Fondamentale è stato l’ingresso in società di mio fratello Cristian. E’ bello lavorare con lui, ci conosciamo molto bene e ci capiamo con uno sguardo. Oggi sono tante le persone che vengono a farci visita e che, al di là dell’acquisto, non mancano di lasciare un commento positivo. Ci sono quelli che vogliono fare un giro da soli: non bisogna pressarli. Quelli che invece vogliono essere consigliati. E poi ci sono quelli che vogliono solo fare due chiacchiere. Questo posto l’avevo pensato proprio così: non mi sono mai immaginata come quella che rimane dietro al bancone e batte cassa. Le regole fondamentali, da Loppis, sono lavoro e gentilezza. Come mi ha detto un signore qualche giorno fa, ‘sono venuto a prendere un po’ di calore umano’”.

(maria chiara perri)

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Video estratto da CNA news - Pionieri